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Class of ’92: I 6 fenomeni che resero grande il Manchester United. Il tutto nacque da un’amichevole vinta contro la prima squadra

“Quando sconfiggi la prima squadra per 4-2 in amichevole qualcosa vorrà dire…”

Class of '92

La storia della Class of ’92:

1999, ultimo anno del secondo millennio. Un anno importante sotto tanti punti di vista: nacque
l’Euro, Anna Oxa vinse Sanremo, “La vita è bella” trionfò alla notte degli Oscar, Ciampi divenne
Presidente della Repubblica e la vigilia di Natale iniziò il Giubileo. Ma la testa era tutta per gli
ultimi dieci secondi del 31 dicembre: undici secondi dopo, cosa sarebbe successo al Mondo tra
paure e millennium bug? Nulla, ma l’ansia fu tanta: si entrava negli anni Duemila e si pensava che il
futuro era già arrivato.
Anche in ambito calcistico l’emozione non fu da meno ed il momento più pazzo si ebbe al Camp
Nou di Barcellona la sera del 26 maggio 1999, quando, in finale di Champions League, si sfidarono
il Bayern Monaco di Ottmar Hitzfeld ed il Manchester United di Alex Ferguson (non ancora però
Sir). I bavaresi avevano in carniere già cinque finali e avevano vinto la coppa tre volte, mentre gli
inglesi avevano disputato la loro unica finale (tra l’altro, vincendola) nel 1968, quando in attacco
c’erano Best, Charlton e Kidd. Roba da bianco e nero.
Quella è stata una partita pazza: vantaggio tedesco dopo 5 minuti con Basler su punizione precisa,
pareggio di Sheringham al 91’ con un tiro a fil di palo e gol vittoria di Solskjær sugli sviluppi di un
corner calciato da Beckham, “spizzato” dallo stesso Sheringham e deviato in gol dall’attaccante
norvegese due minuti dopo. Anche il primo gol era nato da un corner battuto, sulla sinistra, dallo
Spice boy. Nella ripresa, inoltre, sul vantaggio tedesco, palo di Scholl, traversa di Jancker e diverse
parate da parte di Kahn e Schmeichel.
Vittoria per i Red devils in una delle finali più emozionanti e tirate della storia, anche se tanti
sostengono che la squadra di Manchester sia stata molto fortunata in quell’occasione
. Per carità, due
gol decisivi in due minuti dopo il 90’ possono essere anche fortunosi, ma la fortuna ogni squadra
deve cercarsela, visto che Sheringham era entrato 24 minuti prima del gol e Solskjær dodici minuti
prima. Come dire: la fortuna aiuta sempre gli audaci.
Il 1999 fu davvero l’anno dei Manchester United: vittoria in Premier League, Champions League,
FA Cup (la coppa calcistica più antica del Mondo) e Coppa Intercontinentale. Un quadruple
incredibile che poteva essere anche un quintuple o un sextuple se i ragazzi di Ferguson avessero
vinto anche la Coppa di Lega e la Supercoppa europea.
Sul Manchester United di Alex Ferguson (che divenne Sir due mesi dopo il trionfo di Barcellona) si
è detto e scritto tanto: una squadra che ha dominato la scena calcistica, una squadra forte in tutti i
reparti, una squadra che ha vinto tantissimo e che forse poteva vincere di più. Una squadra iconica e
storica, come il suo stadio, Old Trafford, il “teatro dei sogni”.
Il Manchester United targato 1998/1999 aveva una caratteristica: dei 31 giocatori facenti parte di
quella rosa, quattordici avevano un passato nel settore giovanile della società
.

Di questi quattordici, sei hanno scritto una grande pagina di calcio con la casacca dei Red devils: David Beckham, Paul Scholes, Nicky Butt, Ryan Giggs ed i fratelli Gary e Phil Neville. Questi sei calciatori sono noti con
il nome di “Class of ’92”. Il 1992 per il calcio inglese fu un anno importante: cessava di esistere,
dopo 93 stagioni, la First division ed il massimo campionato inglese di sarebbe chiamato “Premier
League”. E la prima edizione fu vinta proprio dal Manchester United che si impose per l’ottava
volta nella sua storia a distanza di ventisei anni dall’ultimo successo, dai tempi dei cosiddetti
“Busby babes” che vinsero la Coppa dei Campioni il 29 maggio 1968 niente meno che a Wembley.
Quel Manchester United vinse il campionato con dieci punti di vantaggio sull’Aston Villa e con ben
trentatre sui campioni uscenti del Leeds United che si piazzarono addirittura al diciassettesimo
posto a due punti dalla prima retrocessa, il Crystal Palace. Quello “United” poteva contare in porta
Schmeichel, in difesa Steve Bruce e Gary Pallister, a centrocampo Paul Ince e Bryan Robson e
davanti Mark Hughes e “the King”, Eric Cantona.
E la “Class of ‘92”?
Gary Neville, nonostante avesse 17 anni, era un giocatore tutto anima, sacrificio e corsa sulla fascia
destra e Butt era l’emblema della quantità a centrocampo. Sulla fascia sinistra c’era Ryan Giggs
(fino al 1989, Ryan Joseph Wilson), soffiato al Manchester City e davvero dotato di carisma e
tecnica sbalorditiva.
Sulla fascia destra c’era un ragazzo di Londra che aveva un certo talento per la corsa e per l’uso
estremo del suo piede destro: si chiamava David Beckham e a partire dalla stagione 1997/1998,
dopo l’addio di Cantona, prese la maglia numero 7, una maglia non per tutti e storica. Scholes e Phil
Neville debuttarono in prima squadra nel 1994 ma facevano già parte del giro della prima squadra
da quel 1992 e Ferguson sapeva che poteva contare anche su di loro nel giro di pochi anni per far
tornare grande lo United.
Ma perché focalizzarsi su questi sei giocatori? Perché questi giovani nel 1992, tra i 15 anni di
Neville Jr ed i diciannove di Giggs, furono determinanti nella vittoria della FA Youth Cup, il trofeo
giovanile più importante organizzato dalla Football Association e dedicato a ragazzi under 18: un
trofeo sconosciuto, tranne in Inghilterra che come hype è paragonabile ai Draft NBA. Era il 15
maggio 1992.

Come fece Ferguson a capire che quei sei giocatori erano quello che serviva alla prima squadra? Lo
scoprì quando Schmeichel e soci persero 4-2 contro la quella “Primavera” in un test amichevole: se
un gruppo di 18enni riusciva a battere in maniera netta la prima squadra, qualcosa significava.

Il management dello United aveva affidato la squadra allo scozzese Alex Ferguson nel novembre
1986, cercando di far tornare grande la squadra dopo anni opachi. E all’inizio lo stesso Ferguson fu
addirittura vicino all’esonero, se nonché decise di cambiare registro e voler vedere la squadra
davanti a tutte in First Division/Premier League: era giunta l’ora della rivincita.

Allora la squadra inglese non era assolutamente un top team: non vinceva il titolo dal 1967, a livello europeo aveva
vinto la Coppa dei Campioni nel 1968 e nel 1991 la Coppa delle Coppe e la Supercoppa europea,
portando i primi trofei internazionali di una squadra di Sua Maestà dopo la squalifica di cinque anni
per i fatti dell’Heysel che coinvolsero tutte le squadre inglesi.
Tra il 1992 ed il 1999, il Manchester United vinse, con la “Class of ’92” on the pitch, otto Premier,
tre Coppe d’Inghilterra, quattro Community Shield, una Champions League ed una Coppa
Intercontinentale.

I sei calciatori, complessivamente, rimasero ad Old Trafford così tanto da diventare bandiere e
simboli: Gary Neville rimase venti stagioni, Phil Neville quindici, Nicky Butt tredici, Ryan Giggs
ventisette, Paul Scholes ventidue stagioni, mentre Beckham rimase a Manchester fino al 2003,
giocando poi nel Real Madrid, in due momenti diversi con i LA Galaxy, con il Milan e con il Paris
Saint Germain, diventando il più mainstream di tutta la “Class”, oltre ad essere stato per sei anni
capitano della Nazionale inglese ed essere arrivato secondo, proprio nel 1999, nella classifica del
Pallone d’oro, primo inglese ad avvicinarsi di più al premio dai tempi di Keevin Keegan (vincitore
nel 1978 e nel 1979).
Lo scopritore dei sei talentuosi giocatori britannici (Giggs, di questi, è l’unico gallese) è stato Eric
Harrison, deceduto nel febbraio 2019, sempre orgoglioso dei suoi ragazzi.
La vittoria della Champions League del 1999 da parte del Manchester United è stata epica non tanto
per il pazzo finale, ma perché fu la prima vittoria di una squadra inglese a distanza di quindici anni
dall’ultima volta (il Liverpool nel 1984): unico assente, Paul Scholes squalificato dopo
l’ammonizione in semifinale contro la Juventus. Se non avesse preso il “giallo”, il rosso
centrocampista di Salford sarebbe sceso in campo.
La “Class of ‘92” non è stata la prima nidiata di talenti che ha fatto il salto dalle giovanili alla prima
squadra in casa Manchester United: c’è da tornare indietro alla stagione 1988/1989, quando ci
furono i “Fergie’s flendglings”: otto giocatori che arrivarono dalla finale di FA Youth Cup, ma che
non ebbero la eco della “Class of ’92” perché molti non mantennero le promesse e non vinsero come
i futuri “colleghi”. Tecnicamente, anche la “Class of ’92” rientrerebbe nei “Fergie’s flendglings”, ma
comunemente sono chiamati sempre “Class of ’92”.
Come ciliegina sulla torta, alla “Class of ’92” è stato dedicato anche un documentario (The Class of
’92, appunto), nel 2013, molto apprezzato dalla critica e dai tifosi in cui si parla di questi calciatori,
dal loro arrivo nel vivaio fino al debutto in prima squadra e alla consacrazione mondiale.
La “Class of 92” è stata una vera generazione di fenomeni perché non è da tutte le squadre veder
crescere i ragazzi del proprio vivaio e vederli vincere trofei “pesanti” con la maglia della loro
squadra. Non è da tutte le squadre trovare giocatori che diventano bandiere e simboli ed essere
ricordati anche dopo anni dal loro ritiro.

Ma la loro passione rimane sempre il calcio, tanto che nel 2014 i giocatori in questione decisero di
rilevare la metà delle azioni di un’anonima squadra di provincia nella Greater Manchester (una sorta
di italica “Città metropolitana di Manchester”), il Salford City FC. Con l’ingresso in società di
Beckham, nel gennaio 2019, i sei giocatori della “Class of ’92” detengono il 60% del pacchetto
azionario (10% a giocatore) attraverso un fondo di investimento creato ad hoc (CO92) ed il
rimanente 40% è nella mani di un magnate asiatico, Peter Lim, già con interessi calcistici nel
Valencia.
Chissà quali risultati agguanterà nei prossimi anni questa squadra, che tra l’altro ha la maglia rossa
come quella del Manchester United. Oggi milita in Football League Twon (quarta serie calcistica e
ultimo livello di professionismo nazionale) e può diventare un top team come sparire, ma una cosa è
certa: nessun amante del calcio si dimenticherà dell’apporto dato da Gary e Phil Neville, Nicholas
Butt, Paul Scholes. Ryan Giggs e David Beckham al calcio, inglese e non.
Quella Champions League vinta nell’ultima edizione del XX secolo, quando oramai stava finendo
tra le mani di Kahn e soci, rimarrà un’impresa storica che verrà sempre ricordata.
Come la “Class of ’92”. Perché le belle storie di calcio non devono morire mai.

Articolo a cura di Simone Balocco

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