Tanti Auguri Adriano, campione fragile: la morte del padre e quella luce che si spegne

Oggi compie 42 anni Adriano, uno dei più grandi calciatori che abbiamo visto in Italia negli ultimi anni, un calciatore potenzialmente devastante capace di unire qualità tecniche ad un fisico mostruoso. Tutti abbiamo in testa i suoi gol, le sue cavalcate palla al piede, la sua potenza quando calciava con il sinistro ma soprattutto ricordiamo la sua fragilità, le sue debolezze e per sempre ci rimarrà in mente ciò che Adriano avrebbe potuto fare nella sua carriera. Dopo l’arrivo in nerazzurro, il prestito alla Fiorentina e un periodo al Parma il brasiliano aveva ormai la maturità e le capacità per prendere in mano l’attacco dell’Inter: arrivano i gol, i tifosi lo amano, lo chiamano IMPERATORE ma la vita di Adriano cambia, improvvisamente, con una telefonata, quando gli comunicano la morte del padre. Queste le parole del brasiliano a a The Players’ Tribune: “Nel giro di nove giorni, sono passato dal giorno più felice della mia vita al giorno più brutto. Sono passato dal paradiso all’inferno. Sul serio. Ero tornato in Europa con l’Inter. Mi chiamano da casa. Mi dicono che mio padre è morto. Un infarto. Non mi va di parlarne, ma vi dico che da quel giorno, il mio amore per il calcio non è stato più lo stesso. Amavo il calcio, perché lo amava lui. Tutto qui. Era il mio destino. Quando giocavo a calcio, giocavo per la mia famiglia. Quando facevo gol, facevo gol per la mia famiglia. Quindi da quando mio padre è morto, il calcio non è stato più lo stesso. Ero in Italia, dall’altra parte dell’Oceano, lontano dalla mia famiglia e non ce l’ho fatta. Sono caduto in depressione. Ho iniziato a bere tanto. Non avevo voglia di allenarmi. L’Inter non c’entra niente. Io volevo solo andare a casa. Se devo essere onesto, anche se ho segnato tanti gol in Serie A in quegli anni, anche se i tifosi mi amavano ​davvero, la mia gioia era svanita. Era mio padre, capite? Non bastava spingere un bottone per tornare me stesso. Non tutti gli infortuni sono fisici, capite? Quando mi sono rotto il tendine d’Achille nel 2011 sapevo che per me fisicamente era finita. Puoi operarti, fare riabilitazione e provare ad andare avanti, ma non sarai mai più lo stesso. Avevo perso esplosività. Avevo perso equilibrio. Cazzo, ancora cammino zoppicando. Ho ancora un buco nella caviglia. Quando mio padre è morto è stata la stessa cosa. Solo che la cicatrice era dentro di me. Ho un buco nella caviglia e uno nell’anima”.

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Marco Omacini

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